Il Dammúso
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Il dammúso è l’ingrediente principe della pietanza paesaggistica pantesca. Il dammúso modello, il dammúso nell’edizione perfetta, impeccabile, è un fabbricato rurale terrano, cubico, le cui caratteristiche architettoniche salienti, che saltano subito all’occhio, sono le seguenti: a) muri esterni, del minimo spessore di centimetri ottanta, confezionati con pietre grezze e architettati con la struttura detta in dialetto pantesco “a ccasciáta”, che spiegheremo; b) aperture che si concludono ad arco, di norma a tutto sesto, nelle quali è inserito, pressoché al centro della loro profondità, un riquadro in muratura ove sono alloggiate le porte d’ingresso e le imposte delle finestre; tale riquadro è costituito da due pilastri in pietra che sorreggono un’architrave, sulla quale è murata una mezzaluna, che riempie l’arco dell’architrave al vertice; la mezzaluna è talora costituita da un’unica pietra, e in tal caso la base della mezzaluna viene a costituire l’architrave (foto nn. 37-38); c) tetto a cupola.
Superfluo puntualizzare che, quando diciamo “tetto a cupola”, non intendiamo affatto dire che il dammúso abbia un’unica cupola. Esistono piccoli dammúsi con una sola cupola, ma, fuori del caso del minidammúso, il dammúso ha di norma una copertura complessa, composta di più cupole, tante quanti sono i vani di cui si compone l’ambiente (foto n. 31-35). Col dilagare della calce, tutti questi elementi architettonici, pilastri, mezzelune, architravi, vengono intonacati (foto n. 36).
Ci preme puntualizzare che, quando abbiamo definito il dammúso una costruzione rurale, non abbiamo inteso affermare che il dammúso esiste unicamente nelle campagne. Un tempo il dammúso era nelle campagne ed era anche nel centro urbano, dove tutt’ora sopravvive, sia pure in via d’estinzione.
Prima di inoltrarci ancora nell’esame del dammúso già costruito, pensiamo sia utile un preliminare sul materiale e sulla tecnica della sua costruzione. A lume di tante ispezioni ed osservazioni da noi eseguite, confortate da informazioni e spiegazioni forniteci da gente qualificata, emergono chiaramente due epoche nella tecnica costruttiva del dammúso: l’epoca del táiu e l’epoca della calce…
Spieghiamo anzitutto che la parola “táiu”, del dialetto pantesco, sta a indicare una malta fatta di terra impastata con acqua.
Quest’epoca va dalla rovina di Cossíra fino alla ripresa dei traffici con la terraferma che, secondo noi, dovette coincidere con l’occupazione bizantina (anno 533). In tutto questo arco di tempo Pantelleria fu un paese totalmente e totalitariamente autarchico, che dovette arrangiarsi da sé in ogni campo della sua attività. Nelle costruzioni, non disponendo di calce, ci si arrangiò col táiu (la malta che abbiamo avanti spiegata), che fu impiegato, in prevalenza, nella copertura del tetto, la cui volta veniva composta con pietre squadrate, longilinee, messe in opera di taglio (in dialetto: “di cózzu”); una tecnica, questa della volta composta con pietre messe in opera di taglio, che nelle costruzioni rustiche, come ad esempio le stalle, è stata praticata fino al secolo scorso. Queste pietre, per quanto accuratamente murate, non potevano esattamente combaciare; presentavano forzatamente dei vuoti, che, nella superficie esterna, cioè nel tetto, venivano colmati con spalmate di táiu, in cui veniva incastrato del pietrisco.
Operata questa colmatura, si procedeva a stendere un manto di táiu, che veniva coscienziosamente battuto con mazzuole di legno impugnate direttamente con la mano. Su tale manto sopravveniva poi a germinare l’erba, che lo consolidava con l’intreccio delle sue radici… I muri esterni venivano costruiti con lo stesso materiale e con la stessa tecnica dei muri di contenimento dei terreni coltivati, ma erano ben più imponenti ed erano immancabilmente a “ccasciáta”.
Operata questa colmatura, si procedeva a stendere un manto di táiu, che veniva coscienziosamente battuto con mazzuole di legno impugnate direttamente con la mano. Su tale manto sopravveniva poi a germinare l’erba, che lo consolidava con l’intreccio delle sue radici… I muri esterni venivano costruiti con lo stesso materiale e con la stessa tecnica dei muri di contenimento dei terreni coltivati, ma erano ben più imponenti ed erano immancabilmente a “ccasciáta”.
Il muro a casciáta è composto di due file di pietre, parallele e distanziate. Il vuoto fra le due file viene colmato con pietrame minuto, assestato e costipato. Al pietrame vengono aggiunte generose innaffiate di terra, che riempiono ogni interstizio. Insomma, il muro a ccasciáta è un muro rimpolpato con un terrapieno di pietrame e terra.
Lo scopo principale dell’innaffiata di terra è quello di consolidare il muro, di farlo massiccio, compatto. Altro effetto, non previsto dai primi architetti, dagli inventori di questa muratura, è quello di rendere il muro a casciáta un muro sordo, cioè refrattario al calore, al freddo e ai rumori. .. Con questa muratura, i panteschi possono vantarsi di essere stati dei precursori in edilizia; la casciáta, infatti, è oggi riprodotta nella cassaforma di cemento armato.

Il ritorno della calce nell’isola apporta fatalmente innovazioni nella tecnica di costruzione. La muratura a pietra rotta non viene abbandonata, tant’è vero che si pratica ancora oggi; ma cambiano tante cose e se ne introducono di nuove. È bene avvertire, però, che la calce, nel primo momento, venne usata con estrema parsimonia.
Grazie alla calce, il pantesco provvide anzitutto a ripararsi la testa, il tetto, l’ombrello della casa. Il tetto col manto di táiu era una copertura troppo inconsistente; anche quando non filtrasse l’acqua, l’umidità dovette essere permanente in casa, e chissà quanti panteschi di quel tempo resero anzitempo l’anima a Dio, in conseguenza di polmoniti, pleuriti e simili; non bisogna dimenticare che, in quel tempo, la penicillina era ancora da venì!
Poi dovette provvedere a cautelarsi i piedi, cioè a confezionare il pavimento, che era o in terra battuta o lastricato in pietra; poi dovette provvedere e provvide a tante altre cose utili al suo benestare.
La copertura del tetto venne effettuata con minuzzame di scorie vulcaniche, chiamato tufo dai paesani, impastate con calce e terra. A meglio cementare il muro a ccasciáta, si introduce negli interstizi calce impastata con abbondante terra.
Per comporre la volta non occorre più incastrare con pazienza certosina pietre disposte in taglio; qualunque pietra, escluso sempre lo strúmmulu, comunque conformata e comunque disposta, serve egregiamente alla bisogna; c’è la calce che amalgama, lega e collega.
Grazie alla calce, è possibile un nuovo tipo di costruzione del ddammúsu, una nuova tecnica costruttiva, la costruzione dei muri a pietra tagliata, alias con pietre squadrate, rifinite in geometrici rettangoli della lunghezza, per i muri esterni, intorno a cm. 80, della larghezza intorno a cm. 38, e dello spessore intorno a cm. 25: una bella riduzione di spessore e di manodopera rispetto al muro a ccasciáta!
Il più grande vantaggio che offrono le pietre squadrate è quello di non avere bisogno di essere murate a... plotoni affiancati, cioè in due file, con il riempimento del minuzzame all’interno; esse vengono murate in unica fila.
Per incatenarle, per cementarle, soccorre la calce, mescolata con terra in un primo tempo, e successivamente, quando fa la comparsa il cemento, impastata anche con questo. I muri non vengono più edificati a piano inclinato, ma a piombo. Infine si rende possibile, sempre grazie alla calce, la copertura dei tetti a cupola.
I muri a pietra squadrata, tuttavia, non soppiantano quelli a casciáta, tant’è vero che questi si costruiscono ancora oggi; si affiancano e si alternano con essi. All’antica tecnica costruttiva si aggiunge una nuova.

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