Il Libro
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L'opera era stata originariamente concepita in tre distinte partizioni, la seconda soltanto delle quali, la parte storica, era stata intitolata già dall'Autore: "Cocci della preistoria, e della storia, e delle cronache di Pantelleria"; per compiutezza sistematica e per la comodità del lettore, abbiamo ritenuto di intervenire sulla sua struttura, a cominciare proprio dalla denominazione del preambolo di codesta seconda parte ("Le orme del passato"), e delle altre due partizioni, da noi intitolate: "l'isola, gli isolani, l'architettura, la natura", ed "economia, etnologia, cultura", al termine della quale ha trovato spazio “il dialetto"; per il resto, abbiamo ritenuto di sottrarre a quest'ultima partizione gli "Itinerari" e la “Toponomastica”, i quali sono confluiti in un'ulteriore, omonima Parte, seguita dalla Bibliografia, e dalle illustrazioni.
“L’aggettivo di Pantelleria” ha trovato posto nel capitolo”I nomi degli isolani”; "Posizione, Inclinazione dell'isola e Dimensioni", sono stati raggruppati in un capitolo opportunamente nominato "Cenni geografici"; "L'inviato speciale Carlo Antonio Broggia", é stato suddiviso in due brani omogenei, il secondo dei quali (da noi nominato "Da Paolo Orsi alla Missione Pisana") si occupa delle spedizioni archeologiche succedutesi in Pantelleria negli ultimi due secoli; è stato, altresì, creato il paragrafo “La nascita di Cossíra”, mentre “L’abitato cittadino” è stato suddiviso nei due ulteriori paragrafi “Cossíra Marittima” e “Cossíra San Marco”; infine, "L'intermezzo di Squarciafico" é stato scomposto in tre ulteriori paragrafi, pure da noi intitolati, per conferire maggiore visibilità alle vicende del feudo di Pantelleria successive all'avventura dello Squarciafico, ("La rinascita del feudo"), e al terribile sciamare delle marinerie corsare, turche e barbaresche ("I Turchi e la mazurca corsara"); coerentemente, a monte di quest'ultimo brano, sono stati ritoccati l'impostazione e il titolo del brano dedicato ad Emanuele Doria ("Emanuele Doria e la nascita del feudo"), ed é stata modificata la collocazione della "Storia del Feudo", per accostarla al brano relativo alla sua "Rinascita"; ciò ha reso necessaria una frase di collegamento al principio del summenzionato paragrafo sulla guerra corsara ("Ripercorriamo il crinale della storia, e arriviamo al secolo XVI°").
Nel corpo dell'opera, segnalate da un asterisco, come nel presente brano, ci siamo permessi brevi e sporadiche incursioni, la più ardita delle quali ("Quell'abbaglio... figlio del vento") é una sorta di anteprima sulla futura quarta edizione, già in precedenza annunciata, con la quale tenteremo di cimentarci nell’impresa di aggiornarne i contenuti.
Abbiamo, per il resto, rimosso quel che restava di quella diabolica sequenza di errori, storpiature ed omissioni, che aveva flagellato l’originale edizione, restituendo all'opera tutto ciò che, a suo tempo, l'editore gli aveva sottratto; sono così riaffiorati interi brani, piccoli aneddoti, bellissime foto, perfino una novella, e a volte capitoli soppressi per intero, o accorpati ad altri... pagine della nostra storia degradate al rango di un costo di produzione! Di contro, per ironia della sorte, nuovi capitoli erano sorti dal nulla, complicando ulteriormente il percorso del lettore, e una gestione allegra della punteggiatura, in particolare nelle citazioni, aveva recato offesa anche agli autori richiamati e, in verità, sempre individuati, nella bozza, con scrupolo e precisione... anche a questo abbiamo posto rimedio. Pochi accorgimenti, una veste grafica interamente rinnovata, e qualche buon suggerimento dell'impagabile Dott. Pucci, consegnano, infine, al lettore un'opera molto più snella e accessibile, e molto più accattivante di quanto tanti pavidi editori ed anfitrioni, tenacemente aggrappati ai loro bilanci, non abbiano saputo o voluto immaginare.
Stessa sorte, purtroppo, era toccata anche al corredo fotografico dell’opera; suo malgrado, Angelo D'Aietti si era visto, infatti, restringere la Sua pubblicazione anche di svariate decine di immagini, degradate a "scarti di produzione" per le medesime esigenze d'impresa. Come sarà meglio chiarito alla fine della trattazione, nelle due successive edizioni del Libro dell'Isola di Pantelleria, abbiamo ulteriormente rinfoltito la documentazione fotografica dell'Opera, onde assicurare ai "nostalgici" come noi, ed alle nuove generazioni, tanta parte del nostro patrimonio storico, rurale e naturalistico, sempre più compromesso o scomparso del tutto. In effetti, alcuni dei soggetti quivi ritratti sono andati perduti per sempre, o sono profondamente mutati. Così è accaduto per gli incantevoli scenari del Gibéle, di Dietro l'Isola, di Cúddia Attalóra, di Cúddia Mida, più volte devastati dagli incendi e dalla processionaria; mancano all'appello Cúddia Del Gatto, trasformata in pista di atterraggio, e Cúddia Almanza, letteralmente svuotata da una cava e infine riconvertita in discarica e colmata di monnezza; il “maestoso albero di gelso", che da secoli accompagnava il ddammúsu di Coste di Ghirlanda (foto n. 32), è stato abbattuto, mentre "il fabbricato che sovrasta la stufa del Bagno Asciutto in località Khazén" (foto n. 68) è adesso affiancato da un manufatto in cemento e grate di ferro, nato per “valorizzare” la vecchia sauna e mai entrato a regime... curiosamente, dal giorno della sua edificazione, la millenaria sauna di Khazén aveva smesso di funzionare, ma, ringraziando il cielo, ha da poco ripreso a marciare a tutto... vapore. Parimenti è avvenuto con le aie e con gli archi di grada, con le mulattiere basolate, con i lavatoi in pietra, le macine, e perfino con le colonne e i capitelli, e con ogni altra vestigia del nostro passato, esposta alla mercè di generazioni figlie del danaro e dell’urbanizzazione, ed al centro di un oscuro commercio in odor di ricettazione; così è stato per il "Palazzo della Reginella", in località Khaddiúggia (foto n. 57), interamente demolito, ma, se non altro, ricostruito con cura; così è avvenuto per interi pezzi del nostro patrimonio rurale, della cui perdita a volte ci si accorge per caso o non ci si accorge affatto.
È accaduto ancora che un sése intero sia stato demolito fino all'ultima pietra, per la costruzione di un locale, peraltro abusivo, mentre la "Grotta dei Briganti", che si è voluta dotare di un più comodo accesso, è oggi un orribile vespasiano, ove genti prive di civismo e di fantasia, amano lasciare la miglior parte di sé. Per non parlare degli orribili piazzali in marmo e cotto fiorentino, innanzi alle nostre chiesette rurali, o di quel mausoleo, finanziato con pubblico danaro, che adesso campeggia sul promontorio di Cala Tramontana, in luogo di un vecchio opificio, rubando la scena a cotanta natura... l'elenco potrebbe non aver fine; finanche il nostro asino è andato perduto: neppure un solo capo, sull'isola, è sopravvissuto alla nostra incuria, e alle lusinghe del motore a scoppio; di questo vecchio compagno di vita dell'abitante di Pantelleria non rimanevano che pochi ibridi, di varia provenienza, sui quali, nella riserva del Corpo Forestale di San Matteo-Erice, si è lavorato da anni, con successo, per scongiurarne l'estinzione.

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